Carlo Baldassi

Consulenza di management alle piccole e medie imprese

Studio Carlo Baldassi
Consulenza di management alle piccole e medie imprese

profit e non profit possono collaborare: ecco obiettivi comuni

il profit deve 'reumanizzarsi' e il non profit deve 'managerializzarsi ma occorre agire for benefit
Se il profit ha l'obiettivo del profitto economico e perciò persegue quel che conviene, il non profit ha l'obiettivo principale nel fare ciò che eticamente si ritiene giusto.Ma entrambi possono operare for benefit in vari campi: assistenza sociale per favorire la coesione, marketing territoriale e turismo ecc.

PROFIT e NON PROFIT POSSONO COLLABORARE

(ed operare for benefit)

 

In precedenti contributi abbiamo richiamato alcuni valori sociali di fondo sia del non profit che del profit intelligente.

Questi due settori delle società moderne possono (devono) saper anche imparare l’uno dall’altro individuando reciprocamente buone pratiche utili alle società, all’innovazione dei processi e alla continuità dei risultati. Se le realtà profit devono ‘re-umanizzarsi’ (ricordando nella pratica il valore delle ‘risorse umane’ e della ‘leadership allargata’), quelle non profit -in particolare quelle più strutturate come le coop sociali- devono ‘managerializzarsi’ sempre di più superando un residuo spontaneismo e considerando la recente riforma del Terzo settore.

 Naturalmente le due forme organizzative hanno vite in buona parte diverse: se nel profit si fa in generale quel che conviene (ai vari stakeholder), nel non profit si fa anzitutto quel che è eticamente valido. E poi si pensi al ruolo indispensabile del lavoro volontario (che nel profit praticamente non esiste) o alle diverse forme di remunerazione e di raccolta fondi. Si pensi alle diverse legislazioni che riflettono climi di politica economica e fiscale differenti in Europa ecc.

 Restano dunque le specificità.

Così ad es. le cooperative sociali (di tipo A e B) non solo generano reddito ed occasioni di lavoro per persone svantaggiate dando loro dignità, non solo favoriscono la coesione sociale nei territori, ma ‘fanno risparmiare’ servizi e risorse alle amministrazioni locali.

E sono ormai centinaia le realtà associative del Terzo settore che ad es. si dedicano alla ‘green society’, intercettano nuovi bisogni producendo beni e servizi a ridotto impatto ambientale, sviluppano nuovi modelli di welfare ecc. E spesso sono forme di volontariato gestite da giovani startupper con profili educativi alti.

 Eppure entrambe le forme organizzative hanno l’obiettivo di creare - in modo diverso - valore diffuso e distribuire redditi ed entrambe fanno parte di contesti sociali complessi. In entrambe l’impatto delle tecnologie e le nuove attese dei clienti (istituzioni, consumatori e business) comportano cooperazione + competizione nelle filiere e flessibilità nelle mansioni interne (non precarietà istituzionalizzata, però) sino allo smart working.

Di fatto emergono anche esperienze di reciproca ‘fecondazione’ tra profit e non profit – ad es. nei servizi sociali, nel marketing territoriale, nelle reti di settore - che possono generare migliori opportunità e vantaggi collettivi diffusi anche nell’ottica dell’economia circolare.

Non a caso oggi si comincia a parlare di ‘Quarto Settore’, cioè di forme organizzative miste che operano ‘for benefit’.

Possiamo aggiungere infine che l’attività d’impresa (profit e non profit) condotta in modo serio e sostenibile genera potenzialmente anche migliori cittadini e perciò migliori governance politico-istituzionali .

Per ottenere questi risultati a livello di azienda o di località ciascuna organizzazione deve incrementare il proprio capitale intellettuale, gli intangibles appunto, misurabile anche attraverso i parametri IAS 38 connessi al Bilancio di Sostenibilità.