Carlo Baldassi

Consulenza di management alle piccole e medie imprese

Studio Carlo Baldassi
Consulenza di management alle piccole e medie imprese

La collaborazione tra realtà profit e realtà non profit è necessaria

In un contesto sempre più complesso e competitivo, occorre che tutte le risorse siano sinergiche.
se le realtà non profit (imprese sociali, associazioni ecc) devono managerializzarsi, le realtà profit devo reumanizzarsi. Come imparare reciprocamente .

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art.5/2017 di Carlo Baldassi consulente di management - www.baldassi.it

 

LA COLLABORAZIONE TRA PROFIT e NON PROFIT

 

Al fondo della crisi delle nostre società ‘liquide’ stanno vari fattori. Come ricordano i grandi studiosi di scienze sociali, relazioni interpersonali sempre più labili, mobilità residenziale e professionale, tecnologie disruptive, la globalizzazione sgovernata ecc rendono sempre più problematiche la coesione sociale e la stessa governance pubblica. Nello specifico del lavoro (dipendente e autonomo) le filiere del valore si basano oggi su reti collaborative temporanee che vanno oltre i vecchi confini geomerceologici e sono innestate sui paradigmi della knowledge society (società della conoscenza) già descritta da P.Drucker trent’anni fa.

 In questo scenario mobile e incerto, si collocano oggi molte forme di impresa: aziende profit (cioè aziende tradizionali rivolte al business e al profitto per i loro stakeholder), realtà non profit (cioè imprese e organizzazioni istituzionalmente prive di scopo lucro ma anch’esse necessitanti di risultati reddituali), imprese cooperative (la cui missione è considerare i dipendenti, i soci e i risultati come patrimonio indivisibile e fattore competitivo), start up (cioè tentativi –volenterosi ma spesso fragili- di nuove esperienze autoimprenditoriali) sia tecnologiche che in settori dell’economia tradizionale o pensiamo infine alle molte forme del lavoro autonomo part o full time.

 Così oggi non è sempre facile ‘tirare un confine’ netto tra alcuni business model, soprattutto nel caso di imprese giovanili, che spesso partono da occasioni di ‘autoimpiego’ per poi sfociare in imprese vere e proprie. Si va dagli spinoff tecnologici universitari alle cooperative (anche di persone svantaggiate) che offrono servizi sociali ai Comuni, dalle esperienze di volontariato che gestiscono i patrimoni agricoli sottratti alle mafie e sino agli studi professionali in rete che offrono servizi di alto livello ad imprese e realtà collettive a livello internazionale.

 Ad es. in Italia oggi di fronte ad oltre 4 milioni di micro e piccole imprese for profit, si registrano ad es. circa 250 mila imprese sociali in vari campi (dalla cultura e sport alla solidarietà e sanità sociale e sino alla protezione dell’ambiente) che risultano uno dei pochissimi macrosettori che offrono oggi nuova occupazione aggiuntiva. Anche ISTAT ha cominciato ad analizzarle basandosi più sulla sostanza dell’offerta che sulla forma proprietaria o del ‘bollino’ di non profit.

Ed accanto a queste realtà - di fatto imprenditoriali - del terzo settore, ci sono poi decine di enti e associazioni ‘classici’ del volontariato (dal WWF a Medici senza frontiere, dalle proloco ai circoli culturali) che – soprattutto nelle difficoltà sociali e di fronte ad un welfare pubblico dimagrito - svolgono un importante ruolo nell’offerta di servizi e nella valorizzazione del patrimonio relazionale locale.

In generale oggi si conferma di grande rilievo il vasto mondo del non profit che in Italia raccoglie circa 7 milioni di persone che operano nelle molte forme di volontariato e nelle imprese o cooperative sociali (ed ora anche l’Italia ha aggiornato la sua legislazione grazie al nuovo Codice del Terzo Settore - D.Lgs.117/2017).

Questo vasto mondo ha sicuramente il merito di aver garantito coesione sociale anche in questi ultimi anni di profonda crisi economica e relazionale (anche se purtroppo non sempre si registra un ricambio generazionale sufficiente).

Dunque anche i numeri suggeriscono che tra le due missioni - profit e non profit- ci debbano essere (e a volte già ci sono) forme di cooperazione basate logicamente sul business ma, in primis, basate su alcuni valori di fondo.

Ma cosa accomuna questi tipi di imprese ed organizzazioni-profit o non profit?

 

Esiste una doppia reciprocità.

Da un lato le imprese profit hanno bisogno di ‘umanizzarsi’, insomma necessitano di tecniche gestionali che rispettino i valori sociali (oltre alle regole della legge) e che si riferiscano ai dettami della Responsabilità Sociale d’Impresa - CSR).

Dall’altro lato - le molte realtà del non profit necessitano di cultura manageriale e di capacità organizzative che vadano oltre lo ’spontaneismo’. Insomma il budgeting e la pianificazione di marketing servono anche al non profit, che inoltre deve saper gestire sempre meglio il cosiddetto fund raising, cioè la raccolta di fondi volontari da cittadini ed enti (attività che sta anche diventando una vera professione -v.www.ferpi.it).

 Nella mia lunga esperienza di consulente di management e di studio delle organizzazioni, ho operato soprattutto con aziende private (profit) ma ho incontrato anche enti pubblici e alcune realtà non profit (tra cui associazioni ambientaliste e cooperative bioagricole) che avevano compreso queste nuove esigenze.

 Oggi qualsiasi azienda - profit o non profit - vive di ‘..saperi, creatività, intraprendenza, autonomia responsabile e organizzazione essenziale’ (C.Antonelli 2008)

Perciò in ogni forma di impresa od organizzazione (anche pubblica) occorre davvero un management umanistico convinto.

‘Il management può definirsi “umanistico” quando il suo focus è posto sull’integrità etica dell’impresa nel suo complesso e sulla valorizzazione di tutte le potenzialità della persona che opera nel contesto aziendale… In particolare nelle imprese familiari (profit) ‘..i valori sono eccellenza, laboriosità, iniziativa, semplicità e austerità’ ( Dessì-Floris 2012).

Ci sembrano regole valide per tutti noi.

 Carlo Baldassi